Focus-Fotografia contemporanea in Italia

Nel corso dei suoi quarant'anni di attività, "la roggia" ha dato sempre molto spazio alla fotografia ed ai nuovi media, sulla linea dell'attenzione alle novità in arte che, specialmente nel campo della fotografia, sono state importanti e numerose, in questi decenni.

Nel corso del 2010, una parte molto ampia del calendario delle esposizioni nella sede dell'associazione è stata dedicata per l'appunto ai linguaggi fotografici, privilegiando soprattutto i fotografi che operano nella città e nella provincia di Pordenone, ma senza trascurare le esperienze che si sono registrate in tutta Italia.

Il quadro che è emerso alla fine è quello di una rassegna decisamente importante e significativa dello 2stato di salute" della fotografia, in un momento in cui i mezzi di espressione visiva sono sicuramente molti, agili e capaci di acrobazie fino a qualche tempo fa del tutto impensabili.

Per un problema di coerenza con la linea di ricerca che l'Associazione privilegia nelle sue scelte artistiche, lo spazio più interessante è stato dedicato ai fotografi nel cui lavoro gli elementi "concettuali" della rappresentazione prevalgono inevitabilmente sugli aspetti puramente formali.

Ma proprio questo elemento - che potrebbe apparire limitante - è risultato alla fine determinante per creare dei "racconti" di grande intensità che vanno dalla riflessione sociale sul mondo circostante a quella più "spicciola" sulle realtà del proprio ambiente o territorio; e, quasi per conseguenza, sono risultati dominanti i linguaggi che al reale oggettivo fanno riferimento.

Va precisato però che ciascun artista ha presentato il lavoro esattamente così come nella sua personale storia lo ha vissuto e realizzato, lasciando che ciascuno proponesse quello "spaccato" della realtà che gli è congeniale, quel modo di accostarsi alle cose che nella (per tutti) lunga esperienza hanno maturato con intelligenza ed ottimi risultati.

Il percorso "tra i campanelli" di Guido Cecere appartiene a quella sua storica capacità di cogliere "la poesia nelle cose" quando nessuno sembra accorgersene e si muove attraverso la geografia (le immagini provengono da mezza Europa) e attraverso la storia (i modelli risalgono alle epoche più disparate) con la sensibilità e l'attenzione che da sempre ha posto nella sua "ricerca sul quotidiano" che gli ha valso tanti meritatissimi successi.

Allo stesso modo, Salvatore Di Vilio si muove come un "turista incantato" (come era il titolo della sua mostra) attraverso monumenti e quotidianità con personaggi che sembrano quasi estranei all'ambiente oppure con altri nei momenti in cui si perde totalmente il senso della loro dimensione di "turisti" ed emerge quell'umanità che ci rende simili o addirittura uguali in ogni situazione.

Anche Riccardo Moretti viaggia per il mondo, ma anche e soprattutto dentro il mondo, per cogliere quegli angoli, quegli attimi, quelle luci di intimità che riportano gli eventi - anche quelli grandi e monumentali - ad una dimensione intima e sensibile che si spiega solo con la determinazione, con il viaggio, di muoversi dentro ad una umanità che è la stessa a tutte le latitudini.

Danilo Rommel sembra più ancorato alla realtà intima del suo territorio, anzi della sua città, che coglie in certi momenti di surreale astrazione per cui sembra essere vuota ed oleografica; in realtà, le sue visioni notturne rendono protagonisti le pietre e le case, gli spazi e i monumenti, segnalando quello stesso bisogno di relazioni umane che, nelle sue foto, si trasforma, in "umanità delle cose".

Il lavoro di Teresa Mancini è più teso verso un'eleganza di soluzioni che mettono in secondo piano il carico di emozione che si agita nelle figure rappresentate in forma di ectoplasmi; ma, dopo il primo sguardo, emerge con forza la sensibilità delle emozioni che agitano le figure decisamente sfumate nei contorni ma ricche di un'intensità che nasce da una resa per tratti, per accenni, per sfumature.

Nel complesso, una rassegna che han esplorati i modi (spesso abissalmente diversi) di muoversi dentro le cose con la "protesi naturale" dell'obiettivo fotografico davanti agli occhi; e vale bene a spiegare come, in un momento in cui la tecnologia sembra avere il sopravvento, è comunque l'occhio umano del fotografo a cogliere l"intimo sapore poetico" della realtà.

Enzo di Grazia

9 settembre 2011