Sulla fotografia napoletana: Salvatore Di Vilio e la fotografia delle radici di Pino Bertelli

 La vera fotografia si fa beffe della fotografia. Il fare-fotografia in coscienza, cioè come testimonianza di verità, significa liberarsi da ogni sudditanza e incamminarsi verso la conoscenza della giustizia, della bellezza e dell’amore. Alla maniera di Giordano Bruno, il nolano: “La verità è avanti a tutte le cose, è con tutte le cose, è dopo tutte le cose; è sopra tutto, con tutto, dopo tutto: ha ragione di principio, mezzo e fine... È ideale, naturale e nozionale; è metafisica, fisica e logica. Sopra tutte le cose dunque è la verità” (Spaccio de la bestia trionfante, 1584). È la verità che permette di assaporare la bellezza e l’amore là dove ogni sorta di potere è crollato... la libertà di coscienza (non solo in fotografia) rigetta masserie di paure e non cerca il regno dei cieli né il patibolo dei buoni sentimenti, condanna — senza remissione di nessun peccato — i farisei della fede, della politica e della merce... in materia di verità ogni eversione è permessa. È la verità che farà liberi gli uomini, quando la verità sarà denudata di tutti gli imperativi/feticci che la tengono a catena.

La fotografia napoletana — mai troppo studiata nelle storiografie ufficiali, quando non è espulsa o ignorata (eccetto quella accademica, a volte) —... si avvale di autori non proprio amati dalla saggistica imperante (Lello Mazzacane, ad esempio) e, come nel caso di Salvatore Di Vilio, continua a frequentare le periferie di Napoli, lasciando presagire che i magisteri della “fotografia nordista” sono spesso fragili, fin troppo celebrati, e libera pezzi di realtà che incrinano la disattenzione della comunicazione foto/televisiva che tanto piace ai consumatori d’illusioni. Al di qua del circuito mondano della fotografia corrente, e non è poco, c’è un florilegio di fotografi napoletani che continuano a rovistare negli anfratti di una terra martoriata quanto bella, e in particolare solitudine fanno lezione di umiltà.
L’umanesimo della povertà della fotografia di Di Vilio è appunto un crogiolo estetico/etico dove tutto ciò che cade in fotografia aderisce a ciò che nega l’indulgenza dell’ordinario, sigilla tanto la degradazione, la disperazione, la violazione dell’ambiente nel quale fiorisce e, al contempo, riporta in superficie lo spirito straordinario di un popolo ferito nell’orgoglio e mai domo alle frustate della storia. Le sue fotografie, in molti casi, riaffermano la fatica, la dolcezza, la durezza di una situazione sociale tormentata, tuttavia riescono a contenere anche quel lessico della bellezza di uomini e donne che è proprio di coloro che tutto hanno perduto ma non la speranza di dare forma a un domani diverso. È l’ebbrezza creativa che mette fine ad ogni cattività e i corpi in amore (così ripresi) figurano non solo ciò che lasciano alla deriva della loro esistenza, ma anche quello che cercano di mutare sulla pelle della vita.
Salvatore Di Vilio nasce a Succivo (CE) nel 1957. Frequenta la facoltà di Architettura di Napoli. Interrompe gli studi universitari per dedicarsi alla fotografia. Dal 1980 è presente in vari settori della ricerca fotografica. Partecipa a mostre, rassegne nazionali e internazionali. Pubblica libri, si fa editore di se stesso, si rende indipendente da fazioni e chimere dell’arte fotografica a dispense... il suo fare-fotografia concilia dignità, giustizia, libertà e coglie sui volti della sua gente l’aspetto crudo di antiche saggezze... corpi, gesti, posture di uomini e donne che bastano a se stessi e, forse, a rigettare la dimensione “cenciaiola” di un’umanità (quella napoletana), mai considerata all’altezza della sua bellezza nobiliare. Non è facile distruggere mitologie, culture, luoghi comuni... lavorare alla caduta di anatemi sedimentati nel tempo, richiede calma, ironia, coraggio... fuori dalla verità convertita al disgusto e all’intollerabile della pura formalità, restano i poeti che assumono la responsabilità delle proprie invettive e disvelano le porcherie di ogni potere. 
II. Sulla fotografia delle radici
 
La fotografia delle radici è qualcosa che ha a che  fare con la spiritualità del passato e con la devastazione del presente... è uno sguardo sulle contraddizioni di un’epoca senza valori e né maestri, se non quelli che riguardano la mercificazione dell’esistente... è la costruzione empatica di un figurale che si sgancia dalla logica di poteri e servitù volontarie, più di ogni cosa è un rizomario di emozioni che si muovono nella vita vera e restituiscono immagini dal volto buono, anche ingenuo, di un reale spesso feroce. La fotografia così fatta favorisce una concezione laica della rivelazione — non di Cristo ma dell’Uomo — e mette in relazione la verità con i suoi protagonisti... entra nel fondo dei loro comportamenti e aiuta a comprendere bene che cosa è la realtà dell’anima popolare e le ferite profonde del suo destino.
Gli scenari fotografici di Di Vilio si intrecciano su più piani, si abbeverano a più fonti... matrimoni, archeologia industriale, cultura contadina, feste popolari, reportage (Cina, Croazia), colore, still life... sfilano nello sguardo attento, quantomai asciutto del fotografo napoletano... tutte queste mescolanze di linguaggi fotografici, non sempre così compiuti come in certe tematiche care all’autore — pensiamo alle immagini degli incappucciati di Guardia Sanframondi, le rovine delle fabbriche, la gente nelle case di Atella, i ragazzi di periferia fotografati in bianco e nero e colorati a mano o la ricerca degli orti sociali di Succivo, realizzata con l’iPhone Hipstamatic Claunch 72 monochrome (dittici 30x60 raffiguranti il volto degli “ortolani” ed un particolare dell’orto) — ci conducono nel ventre di una “napoletanità” tormentata e sentita come valore civile.
 
Va detto. Molte fotografie occasionali o fortemente estetiche di Di Vilio rientrano nella casistica del lavoro professionale e anche se fatte con evidente serietà non attengono alla nostra curiosità... tuttavia c’è una ritrattistica sociale di Di Vilio di notevole rilevanza che attanaglia l’insolenza fotografica che più ci piace e ci porta ad entrare nelle pieghe architetturali di una visione radicale del reale che sembra custodire il canto salvifico di una vivenza disconosciuta che si fa mondo. Qui la fotografia diventa segno, giudizio, eguaglianza in dignità e diritti riconosciuti a ciascuno e a tutti.
I ritratti dei ragazzi di periferia ripresi in bianco e nero, colorati da Di Vilio (1996), esprimono una bellezza dimenticata, una fragilità/adesione generazionale rubata direttamente alla vita quotidiana. I ritrattati lasciano entrare il fotografo nella loro intimità e sprigionano identità singolari. L’incontro fra ragazzi e fotografo è passionale... diretto... ammantato di leggerezza e di grazia. Di Vilio allestisce uno studio improvvisato davanti a una discoteca e ciascuno sceglie di donare la propria immagine come vuole. È ciò che aveva fatto Richard Evedon con In the American West (1985). Il fotografo americano aveva messo uomini, donne, ragazzi davanti a un telo bianco e ripreso la bellezza convulsiva/magica del loro esistere (uno stadio superiore della realtà, André Breton, L’amour fou, Feltrinelli, 1997. Qui Breton scrive: "La bellezza convulsiva sarà erotico-velata, esplosivo-fissa, magico-circostanziale o non sarà"). I ritrattati erano avvolti in un’aura di sovranità, rispetto e deposti nel sudario “surreale” della loro selvatica bellezza.
La geografia dei corpi di Di Vilio (senza fare deplorevoli confronti con Evedon) è liberata in una filosofia del piacere che riconcilia l’oltrepassamento del limite con l’amorevolezza del momento, e ciò che più colpisce è la misura del vero che si affranca al buono, al bello e al bene. È un’incursione nella quotidianità giovanile e nella sessualità, anche, che va oltre la cronaca o l’effetto da rivista patinata o galleria domenicale... ogni ritrattato sborda dal margine del suo vissuto e dà pieno statuto all’impetuosità, alla dignità della propria giovinezza. E come sappiamo, la dignità non è negoziabile, perché è più importante della vita.
L’intero cammino degli uomini in libertà si fonda sul principio di dignità. La rivelazione della dignità consiste nell’ascolto del diverso da sé ed “elezione dell’ultimo, del reietto, dello schiavo, dello straniero, del ribelle, del sovversivo, del meticcio, del coacervo di genti incerte, aperte al rischio dell’alterità. Elezione del fuorilegge (habiru), ladro, anarchico, ruffiano, contrabbandiere disposto a credere all’utopia della libertà” (Moni Ovadia, Madre dignità, Einaudi, 2012).La lingua della dignità è inviolabile, non è lingua di casta o di classe: è lingua di tutti e per tutti. Basta amare gli angeli del non-dove per saperlo! Sono loro che ci hanno insegnato l’incanto dell’immaginario e donato il fuoco che lo suscita e divora i suoi nemici. In compagnia di eversioni stellari si scopre un universo di passioni dove anche l’ultimo dei reprobi è principe di sé.
Le feste popolari fotografate da Di Vilio rientrano, certo, in rituali largamente conosciuti (Lello Mazzacane, Marialba Russo, Mimmo Jodice, anche) e dibattuti da anni... anche se non sempre compresi a fondo... la retorica di questa attitudine all’“ottimismo ascetico” è diffusa e lo sgranato, il mosso, il taglio ardito della cosa fotografata classificano molte frenesie e non spiegano molto dell’inganno lucido che c’è dietro quei paramenti sacrali. Sovente si santifica il simulacro e si nasconde il bastone che lo erge a verità assoluta. L’ossario della verità è da un’altra parte. Un cristo, una madonna o un santo in processione non è più di un mascherone di carnevale e al fondo della stoltezza della croce ci sono secoli di sangue innocente. Di solito si fotografa la fata, mai la strega, ed è per questo che “l’amore concepito come rituale rende l’intelligenza sovrana nel regno della stupidità” (E.M. Cioran, Sommario di decomposizione, Adelphi, 1996). La fame cerca nella religione (o nei partiti) un via di salvezza, ma ogni ostia è al cianuro e ogni proclama elettorale il pronunciamento della propria clemenza al potere.
 
I rituali religiosi/popolari ripresi da Di Vilio non si discostano molto dal comune sentire fotografico... si avvicinano però a quel timore malinconico tramandato dai padri e sembrano entrare con delicatezza nel privato dell’uomo, più che nell’ostensione della sua maschera... gli incappucciati di Guardia Sanframondi, specialmente, sono ripresi nella fatica dell’avvenimento, più che nella glorificazione della tradizione. Di Vilio non abbellisce l’evento né lo consacra ai posteri del fanatismo... c’è una difesa delle radici, ed è giusto, ma anche la coscienza che tutto quanto accade davanti alla fotocamera non sempre denuncia la tragedia che la sottende... le verità certificate cominciano da un conflitto con l’ordine istituito e finiscono col farsi fottere dai suoi servi fedeli. Le verità di dio o dello stato si nutrono di imposture e dietro ogni dio o capo di stato non c’è un genio ma un cretino (che fa finta di credere in quello che dice). Per avere un posto onorevole nella cultura, nella politica o nella fede... bisogna essere dei commedianti, dei buffoni o dei ciarlatani e fare delle credenze popolari l’altare di disprezzi infiniti. La libertà non si impara a scuola, in chiesa o nella sede di un partito, e nemmeno la fierezza di appartenere a quelli che hanno bruciato codici, sermoni, valori menzogneri e, più ancora, che sono insorti — con tutti gli utensili utili — contro i letamai del potere. Ai rassegnati basta la ghigliottina dei saperi o l’entusiasmo degli ingannati.
Le immagini in bianco e nero degli incappucciati di Guardia Sanframondi contengono, credo, qualcosa che li porta fuori dall’inclinazione pittoresca che albeggia in ogni rito formale e ipocrita... il fotografo si avvicina alla gente, sfiora il loro sudore, si mette in relazione con l’epifania votiva... il miracolo, il mistero, l’estasi del vuoto sono a margine dell’inquadratura che cerca sui corpi in delirio frammenti di felicità.
Le fotografie di Di Vilio, abbastanza rozze, ineguali, distorte... non accendono però candele in gloria di nessuno e restituiscono al lettore l’aria pulita, compassionevole, propria a chi si occupa di poesia non di salvezza dell’anima. Sono tracce visive che costituiscono una cosmologia di sentimenti dispersi nella natura delle cose e mostrano che la libertà di coscienza si sostanzia in una dimensione più grande del pronunciato/fotografato. Detto in latri modi, questo fare-fotografia pone l’uomo al centro delle proprie comprensioni che lo portano a uscire da sé verso gli altri, verso la realtà.
La ricerca degli orti sociali di Succivo (realizzata con l’iPhone) da Di Vilio, al di là dello strumento usato, è una catenaria di volti degli “ortolani” (si tratta di un gruppo di volontari di Lega Ambiente che lavora alla valorizzazione del territorio) e un particolare dell’orto... la raffigurazione in bianco e nero dei ritrattati è di grande forza estetica/etica e si chiama fuori da qualsiasi scolastica d’occasione... Di Vilio lavora sull’essenzialità costruttiva, ma anche sulla dolcezza di vivere e bisogno di felicità. La bellezza di quei volti non riconciliati con l’ingiustizia assume una sorta di rivolta contro l’assurdo e l’estraneità dell’uomo dalla realtà... lo stile scarno, levigato, diretto del fotografo riscatta una situazione ambientale/delinquenziale non più sopportabile e sul terreno della verità liberata rigetta l’assoluta incapacità della politica a sostituirsi alla fraternità che la giustizia richiede. L’immaginale costruito dal fotografo mostra che la bellezza deve essere vissuta, non immaginata... qui il reale è percepito come effluvio di corpi incastonati nell’oggetto del loro desiderio e sembrano profumare di terra, di condivisione, di pace... figurano la carne della vita che si fa pensiero e la bellezza di questo pensare un mondo più giusto e più umano esige distinzione, finezza e raffinatezza. È la bellezza che ci fa conoscere quello che a noi stessi è sconosciuto e non c’è altra strada per arrivare alla felicità.
 
Non ci può essere una società libera senza la rivendicazione della bellezza e della giustizia che la contiene. Ogni forma di resistenza sociale — e i volti illuminati di questi uomini lo dicono — si prende il diritto di mettere fine alla dissennatezza della politica e rifugge l’avvenire di schiavi che il potere concede volentieri ai propri sostenitori... si tratta di abolire i fini e amare ciò che è necessario... l’eguaglianza è la brace di tutte le diversità e le bellezze a venire... per la bellezza gli antichi greci presero le armi, Albert Camus, diceva inL’uomo in rivolta (Bompiani, 1981), e l’uomo in rivolta di ogni tempo si solleva contro l’ingiustizia, il sopruso e crea i valori della solidarietà. Si tratta di non accettare il mondo così come è e combattere la rassegnazione che accompagna i ceppi dell’oppressione... la rivolta, la disobbedienza civile, l’insurrezione libertaria... si fondano sui valori umani, sono un viatico dell’esperienza individuale e collettiva che non intende affatto servire né essere serviti, anzi mira a difendere la dignità degli esclusi e sopra ogni cosa rivendica il diritto di avere diritti.
La storia degli umiliati e degli offesi non è che una parata di falsi assoluti... una successione di chiese, governi, patiboli innalzati contro gli esclusi... gli uomini sono affogati nelle religioni, politiche, mercimoni che li costringono al silenzio o alla genuflessione... inganni, finzioni, ladrerie d’ogni sorta trionfano su montagne di carogne... anche il crimine si veste di proselitismi, ideologie, banalità mercantili... quando gli uomini si rifiutano di obbedire o di comandare in questo modo e a questo prezzo, scorre il sangue. All’orizzonte c’è sempre un impostore che minaccia... le vittime si crogiolano nelle farmacie del comprensibile e nel frattempo rinunciano alla possibilità di buttare fuori i mercanti dal tempio... la compiacenza e l’insonnia socializzati sono complementari.

Il cinismo governa l’universo, ma a un certo grado d’infelicità gli scrupoli della decenza rompono gli argini e danno inizio alla liquidazione di lutti prolungati... la vita spettacolare sarebbe intollerabile senza i ribelli che la negano... “la classe ideologico-totalitaria al potere è il potere di un mondo rovesciato: più essa è forte, più afferma di non esistere” (Guy Debord, La società dello spettacolo, Vallecchi, 1979). Il potere dello spettacolo lavora sull’alienazione dello spettatore a beneficio dell’ideologia del consumo permesso e lo espropria della propria identità... ma ai quattro angoli della terra sempre più persone insorgono contro l’ordine presente e le sue leggi fatali... vanno ad incrinare il cuore irreale della società consumerista e rendono l’organizzazione dell’apparenza una scienza da mentecatti... quando le coscienze si risvegliano e fanno dell’insubordinazione la fine di tutte le agonie, anche i lebbrosi sorridono e c’è un po’ meno dolore nel mondo.

26 aprile 2013